Dieci piccoli (negozi) indiani. Roma è una metropoli ormai multiculturale. Il tessuto socio-economico è intriso di attività commerciali sempre più spesso gestite da stranieri. Si tratta di piccoli imprenditori, a volte perfettamente integrati, altre volte meno. In ogni caso si tratta di una nuova realtà con cui è impossibile non fare i conti. I piccoli negozietti gestiti da indiani, pakistani o bengalesi hanno sostituito, nell’immaginario degli abitanti del quartiere, la figura del pizzicagnolo di fiducia. Spazzate via le piccole botteghe da cui ci si riforniva sotto casa, sono rimaste due categorie di attività: da un lato ci sono i grandi centri commerciali, dall’altro i piccoli negozi indiani di quartiere. Tutti con caratteristiche uniche e ben definite. 3) Lo “scorbutico”. Lo “scorbutico” è un negoziante torvo, cupo, con lo sguardo basso. Non fissa il cliente, fissa i prodotti. Entri e lui sta osservando la carta igienica, saluti e lui mette apposto gli spazzolini, chiedi informazioni e non capisce la lingua. In realtà finge, capisce benissimo ma non ti sopporta. Le uniche parole che pronuncia sono il conto da pagare. E lo fa anche a mezza bocca, perché lo “scorbutico” ti sta facendo un piacere. In caso di acquisto dallo “scorbutico” ci si imbatte nella famosa dinamica “servo-padrone”, celebre concetto di hegeliana memoria: il servo (identificato con il negoziante), con il suo lavoro, garantisce al padrone (identificato con l’acquirente) ciò di cui ha bisogno. Così facendo, però, il padrone non riesce più a fare a meno del servo. A quel punto i ruoli si scambiano e la subordinazione si rovescia. Una volta perfezionato l’acquisto dallo “scorbutico” tu non puoi fare altro che prenderne atto, pagare, soffrire un po’ e tornare a casa, meditando sulla necessità di dare un nuovo impulso al dialogo interculturale. È interessante notare come nel negozio dello “scorbutico” ci sia sempre una seconda presenza, nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di un uomo comodo su una sedia collocata davanti la vetrina, quasi sempre più giovane del titolare. La scala di Basilea sull’assortimento dei prodotti pone lo “scorbutico” a un valore di 7.89. Insomma, in casi non sporadici è possibile che sugli scaffali siano presenti anche i “Ritornelli” Mulino Bianco, merce piuttosto rara.

Dieci piccoli (negozi) indiani. Roma è una metropoli ormai multiculturale. Il tessuto socio-economico è intriso di attività commerciali sempre più spesso gestite da stranieri. Si tratta di piccoli imprenditori, a volte perfettamente integrati, altre volte meno. In ogni caso si tratta di una nuova realtà con cui è impossibile non fare i conti. I piccoli negozietti gestiti da indiani, pakistani o bengalesi hanno sostituito, nell’immaginario degli abitanti del quartiere, la figura del pizzicagnolo di fiducia. Spazzate via le piccole botteghe da cui ci si riforniva sotto casa, sono rimaste due categorie di attività: da un lato ci sono i grandi centri commerciali, dall’altro i piccoli negozi indiani di quartiere. Tutti con caratteristiche uniche e ben definite.

3) Lo “scorbutico”. Lo “scorbutico” è un negoziante torvo, cupo, con lo sguardo basso. Non fissa il cliente, fissa i prodotti. Entri e lui sta osservando la carta igienica, saluti e lui mette apposto gli spazzolini, chiedi informazioni e non capisce la lingua. In realtà finge, capisce benissimo ma non ti sopporta. Le uniche parole che pronuncia sono il conto da pagare. E lo fa anche a mezza bocca, perché lo “scorbutico” ti sta facendo un piacere. In caso di acquisto dallo “scorbutico” ci si imbatte nella famosa dinamica “servo-padrone”, celebre concetto di hegeliana memoria: il servo (identificato con il negoziante), con il suo lavoro, garantisce al padrone (identificato con l’acquirente) ciò di cui ha bisogno. Così facendo, però, il padrone non riesce più a fare a meno del servo. A quel punto i ruoli si scambiano e la subordinazione si rovescia. Una volta perfezionato l’acquisto dallo “scorbutico” tu non puoi fare altro che prenderne atto, pagare, soffrire un po’ e tornare a casa, meditando sulla necessità di dare un nuovo impulso al dialogo interculturale. È interessante notare come nel negozio dello “scorbutico” ci sia sempre una seconda presenza, nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di un uomo comodo su una sedia collocata davanti la vetrina, quasi sempre più giovane del titolare. La scala di Basilea sull’assortimento dei prodotti pone lo “scorbutico” a un valore di 7.89. Insomma, in casi non sporadici è possibile che sugli scaffali siano presenti anche i “Ritornelli” Mulino Bianco, merce piuttosto rara.


L’Italia è in stallo, l’India vola.. Importiamo il modello indiano. L’Italia è ferma, la recessione è alle porte, la disoccupazione aumenta. L’India è un Paese emergente, tecnologicamente avanzato, il suo Pil cresce a livelli invidiabili, l’occupazione nel Paese aumenta. Che sia il caso di importare il modello indiano anche in Italia? Forse si tratta di un’alternativa valida rispetto a Pd, Pdl e M5S. C’è qualcuno disposto a darci una mano…

L’Italia è in stallo, l’India vola.. Importiamo il modello indiano. L’Italia è ferma, la recessione è alle porte, la disoccupazione aumenta. L’India è un Paese emergente, tecnologicamente avanzato, il suo Pil cresce a livelli invidiabili, l’occupazione nel Paese aumenta. Che sia il caso di importare il modello indiano anche in Italia? Forse si tratta di un’alternativa valida rispetto a Pd, Pdl e M5S. C’è qualcuno disposto a darci una mano…


Manifestare contro la povertà. C’è un appuntamento interessante sabato prossimo: la manifestazione a Roma contro la povertà. Difficile capire chi ha titolo per partecipare. I poveri, se è contro la povertà, no di certo. I ricchi allora, forse per esorcizzare la prospettiva di diventare poveri. Verranno personaggi come Nanni Moretti, Sabina Guzzanti, Dario Fo? Benigni e Saviano sicuramente no. Flores d’Arcais sicuramente sì, perché non se ne perde una, forse porta pure Furio Colombo, se è in Italia. Manifestare contro la povertà è una idea eccezionale, immagina i cartelli “giù le mani dal salvadanaio”, “tenetevi la busta e dateci la paga” , “vogliamo il gratta e vinci di cittadinanza”. Sicuramente non finisce qui, dopo si manifesterà contro la forfora, poi contro l’alitosi e infine contro la sudorazione eccessiva.

Manifestare contro la povertà. C’è un appuntamento interessante sabato prossimo: la manifestazione a Roma contro la povertà. Difficile capire chi ha titolo per partecipare. I poveri, se è contro la povertà, no di certo. I ricchi allora, forse per esorcizzare la prospettiva di diventare poveri. Verranno personaggi come Nanni Moretti, Sabina Guzzanti, Dario Fo? Benigni e Saviano sicuramente no. Flores d’Arcais sicuramente sì, perché non se ne perde una, forse porta pure Furio Colombo, se è in Italia. Manifestare contro la povertà è una idea eccezionale, immagina i cartelli “giù le mani dal salvadanaio”, “tenetevi la busta e dateci la paga” , “vogliamo il gratta e vinci di cittadinanza”. Sicuramente non finisce qui, dopo si manifesterà contro la forfora, poi contro l’alitosi e infine contro la sudorazione eccessiva.


Dieci piccoli (negozi) indiani. Roma è una metropoli ormai multiculturale. Il tessuto socio-economico è intriso di attività commerciali sempre più spesso gestite da stranieri. Si tratta di piccoli imprenditori, a volte perfettamente integrati, altre volte meno. In ogni caso si tratta di una nuova realtà con cui è impossibile non fare i conti. I piccoli negozietti gestiti da indiani, pakistani o bengalesi hanno sostituito, nell’immaginario degli abitanti del quartiere, la figura del pizzicagnolo di fiducia. Spazzate via le piccole botteghe da cui ci si riforniva sotto casa, sono rimaste due categorie di attività: da un lato ci sono i grandi centri commerciali, dall’altro i piccoli negozi indiani di quartiere. Tutti con caratteristiche uniche e ben definite.
2) Il “gioviale”. Al “gioviale” lo trovi che già sorride prima ancora che tu entri nel negozio. Lo fa di default. Ti saluta cordialmente, ma senza mai chiudere la bocca. Denti bianchissimi, il “gioviale” non lascia trasparire gentilezza o scortesia. È in uno stato di “atarassia ortodontica”, sotterra tutto dal sorriso che, come una coltre di neve, copre qualsiasi espressione e qualsiasi emozione. Alle domande del cliente anche il “gioviale”, come il “mimo” (vedi), non risponde. A differenza di quest’ultimo, però, il “gioviale” non parla perché non è in grado di articolare le parole pena la perdita, anche momentanea, del sorriso. Il “gioviale” conosce poche parole in italiano, per questo motivo c’è chi sostiene che la apparente felicità sia una sorta di compensazione per la scarsa conoscenza della lingua. Il “gioviale” è, di norma, di età compresa tra i 40 e i 45 anni e spesso indossa t-shirt occidentali. Molto in voga sono la maglietta con la copertina di gruppi rock (ad esempio “Spaghetti incident” dei Guns n’ Roses) e con il logo della Nike. È un modo per dire “Sono vostro amico”. Il negozio del “gioviale” è mediamente fornito. L’indice nazionale di “assortimento prodotti” di Basilea, infatti, lo pone a un valore di 6.28. Potrebbe, insomma, in rare occasioni e in fortunate congiunture temporali avere gli “Spicchi di sole” sugli scaffali.

Dieci piccoli (negozi) indiani. Roma è una metropoli ormai multiculturale. Il tessuto socio-economico è intriso di attività commerciali sempre più spesso gestite da stranieri. Si tratta di piccoli imprenditori, a volte perfettamente integrati, altre volte meno. In ogni caso si tratta di una nuova realtà con cui è impossibile non fare i conti. I piccoli negozietti gestiti da indiani, pakistani o bengalesi hanno sostituito, nell’immaginario degli abitanti del quartiere, la figura del pizzicagnolo di fiducia. Spazzate via le piccole botteghe da cui ci si riforniva sotto casa, sono rimaste due categorie di attività: da un lato ci sono i grandi centri commerciali, dall’altro i piccoli negozi indiani di quartiere. Tutti con caratteristiche uniche e ben definite.

2) Il “gioviale”. Al “gioviale” lo trovi che già sorride prima ancora che tu entri nel negozio. Lo fa di default. Ti saluta cordialmente, ma senza mai chiudere la bocca. Denti bianchissimi, il “gioviale” non lascia trasparire gentilezza o scortesia. È in uno stato di “atarassia ortodontica”, sotterra tutto dal sorriso che, come una coltre di neve, copre qualsiasi espressione e qualsiasi emozione. Alle domande del cliente anche il “gioviale”, come il “mimo” (vedi), non risponde. A differenza di quest’ultimo, però, il “gioviale” non parla perché non è in grado di articolare le parole pena la perdita, anche momentanea, del sorriso. Il “gioviale” conosce poche parole in italiano, per questo motivo c’è chi sostiene che la apparente felicità sia una sorta di compensazione per la scarsa conoscenza della lingua. Il “gioviale” è, di norma, di età compresa tra i 40 e i 45 anni e spesso indossa t-shirt occidentali. Molto in voga sono la maglietta con la copertina di gruppi rock (ad esempio “Spaghetti incident” dei Guns n’ Roses) e con il logo della Nike. È un modo per dire “Sono vostro amico”. Il negozio del “gioviale” è mediamente fornito. L’indice nazionale di “assortimento prodotti” di Basilea, infatti, lo pone a un valore di 6.28. Potrebbe, insomma, in rare occasioni e in fortunate congiunture temporali avere gli “Spicchi di sole” sugli scaffali.


Dieci piccoli (negozi) indiani. Roma è una metropoli ormai multiculturale. Il tessuto socio-economico è intriso di attività commerciali sempre più spesso gestite da stranieri. Si tratta di piccoli imprenditori, a volte perfettamente integrati, altre volte meno. In ogni caso si tratta di una nuova realtà con cui è impossibile non fare i conti. I piccoli negozietti gestiti da indiani, pakistani o bengalesi hanno sostituito, nell’immaginario degli abitanti del quartiere, la figura del pizzicagnolo di fiducia. Spazzate via le piccole botteghe da cui ci si riforniva sotto casa, sono rimaste due categorie di attività: da un lato ci sono i grandi centri commerciali, dall’altro i piccoli negozi indiani di quartiere. Tutti con caratteristiche uniche e ben definite.1) Il “mimo”. Nel negozio gestito dal “mimo” vige il silenzio assoluto. Il gestore, che nella stragrande maggioranza dei casi non coincide con il proprietario, non parla. Comunica a gesti, pochi, secchi, decisi. “C’è il Nesquik?”. Scuote la testa. “Le macine?”. Indica lo scaffale. “Quant’è?”. Indica il display della cassa. Non ha mai problemi di resto: non vuole essere costretto a chiedere al cliente se ha 15 o 25 0 75 centesimi, quindi ha una disponibilità di piccolo taglio pressoché illimitata. Il “mimo” vuole sbrigare subito la pratica vendita, tende a servire il cliente in poche mosse. Ma non solo per questioni di professionalità: lo fa per tornare a stare da solo oppure perché è impaziente di non parlare con il cliente successivo. La fornitura del negozio del “mimo” è medio-bassa. Il “valore nazionale di assortimento prodotti” - si tratta di una scala di gradimento, introdotta durante il “Congresso dei piccoli negozi indiani” di Basilea del 1978, creata sulla base dell’indice di “varietà di confezioni di biscotti Mulino Bianco presenti sugli scaffali” - pone il negozio del “mimo” a un grado di 4.75 (con un minimo di 0 e un massimo di 10).

Dieci piccoli (negozi) indiani. Roma è una metropoli ormai multiculturale. Il tessuto socio-economico è intriso di attività commerciali sempre più spesso gestite da stranieri. Si tratta di piccoli imprenditori, a volte perfettamente integrati, altre volte meno. In ogni caso si tratta di una nuova realtà con cui è impossibile non fare i conti. I piccoli negozietti gestiti da indiani, pakistani o bengalesi hanno sostituito, nell’immaginario degli abitanti del quartiere, la figura del pizzicagnolo di fiducia. Spazzate via le piccole botteghe da cui ci si riforniva sotto casa, sono rimaste due categorie di attività: da un lato ci sono i grandi centri commerciali, dall’altro i piccoli negozi indiani di quartiere. Tutti con caratteristiche uniche e ben definite.

1) Il “mimo”. Nel negozio gestito dal “mimo” vige il silenzio assoluto. Il gestore, che nella stragrande maggioranza dei casi non coincide con il proprietario, non parla. Comunica a gesti, pochi, secchi, decisi. “C’è il Nesquik?”. Scuote la testa. “Le macine?”. Indica lo scaffale. “Quant’è?”. Indica il display della cassa. Non ha mai problemi di resto: non vuole essere costretto a chiedere al cliente se ha 15 o 25 0 75 centesimi, quindi ha una disponibilità di piccolo taglio pressoché illimitata. Il “mimo” vuole sbrigare subito la pratica vendita, tende a servire il cliente in poche mosse. Ma non solo per questioni di professionalità: lo fa per tornare a stare da solo oppure perché è impaziente di non parlare con il cliente successivo. La fornitura del negozio del “mimo” è medio-bassa. Il “valore nazionale di assortimento prodotti” - si tratta di una scala di gradimento, introdotta durante il “Congresso dei piccoli negozi indiani” di Basilea del 1978, creata sulla base dell’indice di “varietà di confezioni di biscotti Mulino Bianco presenti sugli scaffali” - pone il negozio del “mimo” a un grado di 4.75 (con un minimo di 0 e un massimo di 10).


Siamo ad aprile, ma è come se fossimo a febbraio. Siamo tornati al punto di partenza. Abbiamo votato ma non abbiamo ancora un governo, Berlusconi e Bersani litigano come due mesi fa, i grillini dicono che l’Italia può anche andare avanti senza governo, il Presidente della Repubblica ha ormai delegato al prossimo Capo dello Stato la responsabilità di sbrogliare questa situazione di stallo (anche perché nel semestre bianco non può fare praticamente più nulla). Siamo ad aprile, ma è come se fossimo ancora a febbraio. “Un governo c’è ed è in carica” ha detto Napolitano qualche giorno fa, annunciando la costituzione di due commissioni di saggi che si sostituiscono ai parlamentari eletti nel presentare proposte di riforma economiche, sociali, elettorali e istituzionali. Ma, di fatto, un governo non c’è. Da novembre del 2011, quando Berlusconi si è dimesso ed è entrato a Palazzo Chigi Mario Monti, un governo c’è stato, ma avendo avuto un orizzonte temporale molto limitato non ha potuto lavorare sul senso che serviva al Paese: dotarlo di una prospettiva di crescita a medio-lungo termine. Non l’hanno potuto fare e non l’hanno fatto, preoccupandosi poi più delle spese da evitare che della crescita da sostenere. Ora, è evidente, il governo c’è ma non c’è. L’attuale esecutivo è infatti guidato da un tecnico che non è più un tecnico, che non ha più una maggioranza parlamentare disposta a sostenerlo e che, soprattutto, ha perso le elezioni. Monti è stato l’unico e il secondo più grande sconfitto (dopo Bersani) dell’ultima tornata elettorale. Non ha un partito alle sue spalle, i partiti (Udc e Fli) che erano i suoi principali sponsor sono stati sbriciolati dalle urne. E non ha dimostrato molto senso dello Stato (difetti evidenti sono emersi nell’affaire marò) quando ha cercato, dopo il voto, di puntare alla presidenza del Senato. Non c’è riuscito, ma se ce l’avesse fatta avrebbe lasciato il Paese anche senza un governo. In questi giorni, tra i più delicati della nostra storia. Adesso basta discutere: lo dovrebbero capire tutti, così come l’hanno capito i grillini che – inesperti e non avvezzi ai complicati meccanismi della politica di Palazzo – hanno iniziato a non sparare più sentenze, chiudendosi nel silenzio e mostrando un certo fastidio verso quei giornalisti che prima e subito dopo il voto erano stati il loro strumento più utile nel trasmettere al Paese il vento di cambiamento partito dalle urne. I negozi chiudono, gli imprenditori si ammazzano, le famiglie sono in difficoltà. Non servono veti da Pd e Pdl, non serve ragionare sulle “larghe intese”, non servono le riunioni in streaming e le consultazioni via web. Serve fare politica, prendere decisioni, sedersi a tavola e vedere cosa fare per risolvere i problemi della gente. Adesso basta, non c’è quasi più tempo. Adesso fa ancora freddo, della primavera non c’è traccia. Siamo ad aprile, ma è come se fossimo a febbraio.

Siamo ad aprile, ma è come se fossimo a febbraio. Siamo tornati al punto di partenza. Abbiamo votato ma non abbiamo ancora un governo, Berlusconi e Bersani litigano come due mesi fa, i grillini dicono che l’Italia può anche andare avanti senza governo, il Presidente della Repubblica ha ormai delegato al prossimo Capo dello Stato la responsabilità di sbrogliare questa situazione di stallo (anche perché nel semestre bianco non può fare praticamente più nulla). Siamo ad aprile, ma è come se fossimo ancora a febbraio. “Un governo c’è ed è in carica” ha detto Napolitano qualche giorno fa, annunciando la costituzione di due commissioni di saggi che si sostituiscono ai parlamentari eletti nel presentare proposte di riforma economiche, sociali, elettorali e istituzionali. Ma, di fatto, un governo non c’è. Da novembre del 2011, quando Berlusconi si è dimesso ed è entrato a Palazzo Chigi Mario Monti, un governo c’è stato, ma avendo avuto un orizzonte temporale molto limitato non ha potuto lavorare sul senso che serviva al Paese: dotarlo di una prospettiva di crescita a medio-lungo termine. Non l’hanno potuto fare e non l’hanno fatto, preoccupandosi poi più delle spese da evitare che della crescita da sostenere. Ora, è evidente, il governo c’è ma non c’è. L’attuale esecutivo è infatti guidato da un tecnico che non è più un tecnico, che non ha più una maggioranza parlamentare disposta a sostenerlo e che, soprattutto, ha perso le elezioni. Monti è stato l’unico e il secondo più grande sconfitto (dopo Bersani) dell’ultima tornata elettorale. Non ha un partito alle sue spalle, i partiti (Udc e Fli) che erano i suoi principali sponsor sono stati sbriciolati dalle urne. E non ha dimostrato molto senso dello Stato (difetti evidenti sono emersi nell’affaire marò) quando ha cercato, dopo il voto, di puntare alla presidenza del Senato. Non c’è riuscito, ma se ce l’avesse fatta avrebbe lasciato il Paese anche senza un governo. In questi giorni, tra i più delicati della nostra storia. Adesso basta discutere: lo dovrebbero capire tutti, così come l’hanno capito i grillini che – inesperti e non avvezzi ai complicati meccanismi della politica di Palazzo – hanno iniziato a non sparare più sentenze, chiudendosi nel silenzio e mostrando un certo fastidio verso quei giornalisti che prima e subito dopo il voto erano stati il loro strumento più utile nel trasmettere al Paese il vento di cambiamento partito dalle urne. I negozi chiudono, gli imprenditori si ammazzano, le famiglie sono in difficoltà. Non servono veti da Pd e Pdl, non serve ragionare sulle “larghe intese”, non servono le riunioni in streaming e le consultazioni via web. Serve fare politica, prendere decisioni, sedersi a tavola e vedere cosa fare per risolvere i problemi della gente. Adesso basta, non c’è quasi più tempo. Adesso fa ancora freddo, della primavera non c’è traccia. Siamo ad aprile, ma è come se fossimo a febbraio.


Oristano: assalita dai suoi cani di razza corsa, carabinieri ne abbattono uno. Perplessità sono state sollevate dagli animalisti per le decisioni assunte dall’Arma dei Carabinieri. Ci si chiede se, spiegando bene al cane che è vietato mordere ed assalire la gente, questo ennesimo delitto verso gli animali si sarebbe potuto evitare. Una eventuale cattura avrebbe consentito un regolare processo, la compiuta conoscenza dei fatti, stabilire le reali responsabilità. D’altra parte, lasciato libero l’animale, è del tutto ipotetico che avrebbe compiuto altre aggressioni, tenuto conto che finora, come attesta la stessa proprietaria, è stato un animale tranquillo e non ha mai creato problemi. L’assalto al padrone potrebbe nascondere vecchi rancori sui quali si cerca di indagare.

Oristano: assalita dai suoi cani di razza corsa, carabinieri ne abbattono uno. Perplessità sono state sollevate dagli animalisti per le decisioni assunte dall’Arma dei Carabinieri. Ci si chiede se, spiegando bene al cane che è vietato mordere ed assalire la gente, questo ennesimo delitto verso gli animali si sarebbe potuto evitare. Una eventuale cattura avrebbe consentito un regolare processo, la compiuta conoscenza dei fatti, stabilire le reali responsabilità. D’altra parte, lasciato libero l’animale, è del tutto ipotetico che avrebbe compiuto altre aggressioni, tenuto conto che finora, come attesta la stessa proprietaria, è stato un animale tranquillo e non ha mai creato problemi. L’assalto al padrone potrebbe nascondere vecchi rancori sui quali si cerca di indagare.


Ma la Corea del Nord cosa vuole? Una domanda, in questi giorni di tribolazioni politiche, ci affligge. Una domanda a cui è difficile dare una risposta. Una domanda che forse nessuno ha ancora azzardato porre. Ma la Corea del Nord che diamine vuole? Sono di stamattina le notizie che danno il paese asiatico “in protocollo di guerra” contro i vicini capitalisti della Corea del Sud. Le stesse notizie ci dicono che Pyongyang sta compiendo manovre militari minacciando basi americane di un attacco imminente. Ma cosa vogliono? E non lo chiediamo in modo ironico, davvero vorremmo sapere cosa vogliono. Gli attriti con i “cugini” sbandati del sud sono di vecchia data. Ruggini mai del tutto sistemate, questo è vero. Ma per una guerra dichiarata all’improvviso serve almeno dare una motivazione. Che so, tu vuoi i miei soldi, io non te li voglio dare, facciamo una guerra e decidiamo chi se li deve prendere. Ma la Corea del Nord è uno stato comunista, abituato, a differenza dei ricchi e peccatori vicini sudisti, a vivere con poco. L’obiettivo sarà forse quello di “evangelizzare” i popoli capitalisti e convertirli al comunismo? Piuttosto ambizioso come progetto, visto anche che lo stile di vita nordcoreano – prodotto di una rigida impostazione marxista – non è che sembri poi molto allettante. Ma allora la Corea del Nord cosa vuole? Cosa vuole il suo giovanissimo leader, figlio di un altro leader, a sua volta figlio di un altro leader? Noi non lo abbiamo capito.

Ma la Corea del Nord cosa vuole? Una domanda, in questi giorni di tribolazioni politiche, ci affligge. Una domanda a cui è difficile dare una risposta. Una domanda che forse nessuno ha ancora azzardato porre. Ma la Corea del Nord che diamine vuole? Sono di stamattina le notizie che danno il paese asiatico “in protocollo di guerra” contro i vicini capitalisti della Corea del Sud. Le stesse notizie ci dicono che Pyongyang sta compiendo manovre militari minacciando basi americane di un attacco imminente. Ma cosa vogliono? E non lo chiediamo in modo ironico, davvero vorremmo sapere cosa vogliono. Gli attriti con i “cugini” sbandati del sud sono di vecchia data. Ruggini mai del tutto sistemate, questo è vero. Ma per una guerra dichiarata all’improvviso serve almeno dare una motivazione. Che so, tu vuoi i miei soldi, io non te li voglio dare, facciamo una guerra e decidiamo chi se li deve prendere. Ma la Corea del Nord è uno stato comunista, abituato, a differenza dei ricchi e peccatori vicini sudisti, a vivere con poco. L’obiettivo sarà forse quello di “evangelizzare” i popoli capitalisti e convertirli al comunismo? Piuttosto ambizioso come progetto, visto anche che lo stile di vita nordcoreano – prodotto di una rigida impostazione marxista – non è che sembri poi molto allettante. Ma allora la Corea del Nord cosa vuole? Cosa vuole il suo giovanissimo leader, figlio di un altro leader, a sua volta figlio di un altro leader? Noi non lo abbiamo capito.


Il Conclave. La Chiesa attende di conoscere quale sarà il nuovo Papa. Vicina alle esigenze dei più forti, dei più deboli. Ma anche dei più piccoli. E delle più piccole.

Il Conclave. La Chiesa attende di conoscere quale sarà il nuovo Papa. Vicina alle esigenze dei più forti, dei più deboli. Ma anche dei più piccoli. E delle più piccole.


Ma c’ha ‘e zinne viola!

Notevole articolo su FIRSTonline di Marika Lion cui si deve un’attenta analisi di un’opera di Picasso e le riportate osservazioni di McCaughey. Questo sito, che rifugge dall’ammiccamento erotico, dalla provocazione del nudo e del femmineo in generale, attento alla sensibilità dei più giovani che, anche per avventura, dovessero trovarsi, navigando in rete, al cospetto di immagini improprie, voluttuose, volgari, esplicitamente morbose, questa volta fa una eccezione, non posta direttamente l’immagine ma solo il link, per le dovute cautele verso i minori e il rispetto del personale pudore di ciascun lettore. Quanti sapranno accontentarsi delle descrizioni del quadro e delle emozioni che suscita, si fermino qui, quanti invece vorranno andare oltre l’immaginazione e confrontarsi con le proprie pulsioni, le proprie debolezze sessuali, perfino propri bassi e inconfessabili istinti, allora vadano al link (NO MINORI, IMMAGINI solo per un pubblico adulto) e si lascino coinvolgere nell’estasi contemplativa del quadro del grande maestro Picasso di cui è nota l’intensa sensualità che caratterizza la sua opera e così come è nota la sua intensa vita erotica, coniugale ed extraconiugale. Un’eccezione per l’arte ce la concediamo.

Dell’immagine si deve sapere: un’opera straordinaria, …tra le immagini più rappresentative, …un dipinto sensuale che racchiude emblemi di amore, sesso e desiderio, …descrive la sua modella seduta davanti a una finestra, …un mix potente di attrazione fisica e ingenuità sessuale che inebriano, …in quella  passione scatenata, …non riuscendo più a reprimere l’impulso creativo che la sua amante ispirava, …iniziò così a esaltare ancora di più queste forme voluttuose, …con riferimenti ad uno specifico tipo di donna, …sguardo provocatorio di potere quasi soprannaturale, …diventa un voyeur estatico…

Ecco a voi la Femme assise près d’une fenêtre

Per chi non conoscesse la citazione del titolo:

Carlo Verdone, Compagni di Scuola